Unicredit, Ghizzoni pronto all’uscita

 

L’ad si è impegnato a mantenere le sue funzioni fino all’arrivo del successore e a supportarlo nella fase di transizione. Dal board riconoscimento unanime per la qualità del lavoro e per la grande competenza

Due ore e mezza di consiglio di amministrazione straordinario hanno aperto il nuovo corso di Unicredit. Al termine della riunione il cda e il ceo. Federico Ghizzoni, hanno maturato la convinzione della necessità di un cambiamento ai vertici dell’istituto anche per dare un segno di discontinuità ai mercati che negli ultimi sei mesi hanno penalizzato il titolo che ha perso quasi il 50%. Ghizzoni non si è presentato dimissionario al board ma, preso atto della situazione, si è reso disponibile all’uscita soprattutto nell’interesse della banca e dei suoi stakeholder, come del resto aveva già anticipato lunedì in occasione dell’inaugurazione della filiale corporate di Madrid. «Sono molto tranquillo», ha commentato il banchiere, confermando ancora una volta la sua signorilità, prima di incamminarsi verso casa dopo la fine del consiglio.

Il top manager ha dato la propria disponibilità a definire, insieme al presidente Giuseppe Vita, una ipotesi di accordo per la risoluzione del rapporto da sottoporre ai comitati aziendali competenti, nel rispetto della normativa, e si è impegnato a restare al suo posto sino alla nomina del successore e a supportarlo anche nella fase di transizione. Dunque Ghizzoni non si è dimesso ma lo farà nel momento in cui la banca avrà identificato il successore e una volta raggiunta l’intesa sulla risoluzione del rapporto.In questa prospettiva il cda ha quindi incaricato il presidente di avviare il processo di cambiamento; il comitato nomine guidato dal vicepresidente dell’istituto, Luca Cordero di Montezemolo, si attiverà immediatamente e si incontrerà il primo giugno in modo da designare il nuovo ceo al consiglio del prossimo 9 giugno. Una fase di transizione è del resto indispensabile per procedere alla ricerca del banchiere più adatto ad assumere il comando di un’entità complessa come Unicredit

Il board, all’unanimità, ha poi espresso un ringraziamento al manager per l’alta qualità del lavoro svolto nell’interesse del gruppo, degli azionisti e dei dipendenti. «Ha altresì espresso un forte apprezzamento per la grande competenza e la totale dedizione con cui ha guidato la banca in condizioni di mercato estremamente difficili». Ghizzoni aveva preso il timone della banca il 30 settembre 2010, esattamente 30 anni dopo il suo ingresso nel gruppo che allora si chiamava Credito Italiano: dalla prima assunzione a 25 anni nella filiale di Vicenza nella filiale di Piacenza del Credito Italiano, il ceo uscente è stato poi direttore di filiale prima del passaggio all’estero, con l’incarico di vice direttore della filiale di Londra fino al 1995; e ancora Singapore, come direttore dell’ufficio locale del Credit.

Nel 2000 il grande salto, quello che lo portò a essere definito l’uomo dell’Est, prima come direttore esecutivo responsabile del corporate e international banking della controllata polacca Bank Pekao, poi in Turchia come dg di Yapi Kredi nel 2003 e infine dal 2007 come responsabile di tutto il centro-est Europa della banca prima di rientrare a Milano e diventare numero uno del gruppo. Ghizzoni ha dovuto fronteggiare momenti e mercati difficili ma ha potuto contare sulla sua grande conoscenza della banca e ha avuto il merito di portare a termine con successo nel 2012 il maxi aumento di capitale da 7,5 miliardi che ha rilanciato la banca. Ora, dopo quasi sei anni alla plancia di comando, i maggiori azionisti, Abu Dhabi e le Fondazioni, hanno ritenuto fosse il momento giusto per cambiare, come si direbbe in termini calcistici, la guida tecnica della squadra.

Il successore di Ghizzoni (i nomi circolati finora sono suggestioni e a volte autocandidature), specie se arriverà dall’esterno, dovrà mettere mano a una macchina complessa in un momento di mercato tutt’altro che favorevole sia per le pressioni dei regolatori sia per lo scenario di tassi sottozero. E poi il segnale di discontinuità voluto dai soci, e avallato da Ghizzoni, potrebbe portare all’elaborazione di un nuovo piano che potrebbe passare anche dalla cessione di alcune attività all’estero, peraltro profittevoli, da una razionalizzazione in Italia e anche da un aumento di capitale che possa allontanare il ratio Cet1 della banca dalla soglia minima del 10,5% indicato dall Bce (attualmente è al 10,85%). Gli analisti di JP Morgan, ad esempio, calcolano un fabbisogno di capitale fino a 9 miliardi, che potrebbe essere soddisfatto con un aumento per 5 miliardi (che però sarebbe fortemente diluitivo per gli azionisti a partire dalle Fondazioni che hanno munizioni inferiori a un tempo) e con la cessione di quote dei gioielli di famiglia Fineco, Bank Pekao e Yapi Kredi (che incidono per quasi la metà sulla redditività del gruppo) e financo Hvb. Ma già raccogliendo poco più di 5 miliardi il Cet1 risalirebbe al 12,5%. Sullo sfondo resta il progetto di integrazione tra Pioneer e l’asset management di Santander: sul deal si continua a lavorare nonostante i rallentamenti legati alle autorizzazioni delle varie authority coinvolte e il nuovo ad dovrà prendere in mano il dossier. (riproduzione riservata)

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