Rossi: “Assicurazioni italiane solide ma la governance frena la crescita”

Adriano Bonafede «Le compagnie italiane hanno certamente subito, come tutte le imprese, i contraccolpi della grande crisi ma poi hanno recuperato e oggi stanno abbastanza bene dal punto di vista patrimoniale. Ma ci sono anche punti di debo-lezza, e questi vanno ricercati sia nelle incertezze che gravano sul contesto macroeconomico sia nei loro modelli di governo aziendale e negli assetti proprietari, spesso inadatti a far crescere le imprese».

A parlare è Salvatore Rossi, presidente dell’Ivass, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni e direttore generale della Banca d’Italia. L’accusa alle compagnie è chiara: dovete crescere perché così siete troppo piccole. a pagina 16 Salvatore Rossi, dg della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’IVASS E DIRETTORE GENERALE DELLA BANCA D’ITALIA: “I MODELLI DI GOVERNO AZIENDALE E GLI ASSETTI PROPRIETARI NON SONO FAVOREVOLI ALL’ESPANSIONE. E RENDONO ANCHE DIFFICILE ANDARE SUL MERCATO PER RAFFORZARE IL PATRIMONIO” Adriano Bonafede Roma «L e compagnie italiane hanno certamente subito i contraccolpi della grande crisi ma poi hanno recuperato e oggi stanno abbastanza bene. Però ci sono anche punti di debolezza, e questi vanno ricercati sia nelle incertezze che gravano sul contesto macroeconomico sia nei loro modelli di governance ». Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, è anche presidente dell’Ivass, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni ed è in questa veste che accetta questa intervista, la prima dopo moltissimo tempo. Dottor Rossi, quanto è stata profonda la crisi per le assicurazioni? «La crisi è stata profonda anche per le compagnie assicurative, come per tutte le aziende che operano nel mercato, finanziario e non.

Nei dieci anni alle nostre spalle sono state in perdita, mediamente, per tre: nel 2008, nel 2010 e nel 2011. Poi hanno recuperato e nel 2017 il totale dei premi era di un terzo superiore a dieci anni fa. Consideriamo peraltro che negli ultimi due anni i premi sono scesi, anche perché sono scese le tariffe nel ramo Rcauto. Passata la crisi, dal 2012 le compagnie hanno fatto utili, circa 5 miliardi all’anno in media, con un Roe oscillante tra l’8 e il 10 per cento». E dal punto di vista patrimoniale sono al sicuro? «Il patrimonio delle compagnie italiane è più che sufficiente: supera di oltre il 100 per cento quello regolamentare: il Solvency ratio medio, secondo gli ultimi dati, è pari a 230 circa, contro un minimo regolamentare di 100». Tutto bene, quindi, ma quali sono invece i punti di debolezza? «C’è innanzitutto un elemento che le imprese assicurative italiane condividono con quelle di tutta l’Europa e con i paesi avanzati: i bassi tassi d’interesse; un mondo di bassi tassi spinge le imprese assicurative a privilegiare nel ramo vita polizze molto finanziarie e poco assicurative , il cui sottostante è costituito dai fondi d’investimento e dove non c’è alcuna garanzia di rendimento e neppure sul capitale».

Per le imprese non è un bene? Spostano il rischio sull’assicurato. Casomai è quest’ultimo che dovrebbe lamentarsi perché il prodotto assicurativo costa di più rispetto a un fondo d’investimento. «Si snatura l’essenza del prodotto assicurativo. L’Ivass lo ha detto più volte. E neanche le compagnie sono soddisfatte di questa situazione. Perché la vera funzione delle assicurazioni è quella di trasferire un rischio dal singolo assicurato a tante teste, mutualizzandolo. Se le compagnie diventano degli asset manager qualunque, perdono la loro funzione». Ma che si può fare? Finché i tassi non risalgono… «L’Ivass ha fatto la sua parte. Con una modifica regolamentare abbiamo reso più appetibile alle compagnie l’offerta di polizze tradizionali, quelle di Ramo I con rendimento garantito». Altri punti di debolezza? «Ce n’è un altro condiviso con i competitor europei: modelli organizzativi che fanno fatica ad adeguarsi agli sviluppi della tecnologia, ad esempio alla cosiddetta Insurtech. Ma i consumi dei clienti si muovono, molto velocemente, con la tecnologia: se le compagnie non si adeguano per tempo perdono questo treno. E non dimentichiamo che l’Insurtech trascina con sé una serie di investimenti anche in altri settori. Un secondo fattore di debolezza, più peculiare del nostro Paese, riguarda i modelli di governo aziendale e gli assetti proprietari, non sempre favorevoli alla crescita. Nel senso che impediscono o rendono difficile andare sul mercato dei capitali a cercare rafforzamenti patrimoniali. E questa è una limitazione per la crescita». Insomma, le compagnie stanno bene ma non crescono, è così? «Sì, il patrimonio come dicevo è mediamente adeguato. Ma questo non basta. A noi, come Ivass, tocca avere uno sguardo più lungo, e dobbiamo pensare anche alle eventualità negative». Non penseranno a questo i prossimi stress test dell’Eiopa, l’ente di vigilanza europeo? «Sì, si stanno definendo le caratteristiche dell’esercizio che comincerà fra poco e i cui risultati saranno resi disponibili a fine anno. Questa volta ci sarà una novità di rilievo rispetto a quelli del 2016: i risultati si conosceranno compagnia per compagnia invece che nell’insieme del settore assicurativo nazionale ». L’ipotesi di un brusco rialzo dei tassi dovrebbe però penalizzare le compagnie italiane, no? «C’è forte attenzione, nostra come degli investitori, sui portafogli delle compagnie italiane, che hanno da sempre privilegiato i titoli di stato: più o meno metà dei loro attivi è rappresentata da titoli di questo tipo, in larghissima maggioranza italiani (circa il 90%). Questa preferenza per le obbligazioni pubbliche nazionali, unita a una buona corrispondenza temporale tra attività e passività, ha protetto gli assicuratori italiani dalla prolungata fase di recessione e bassi tassi. Ma c’è un rovescio della medaglia. Nello scenario di un brusco aumento dei tassi si potrebbe verificare un deprezzamento dei titoli posseduti.

Anche per questo stiamo sollecitando le compagnie a diversificare di più. La gestione deve essere sana e prudente e diversificare è sempre cosa buona». Le imprese seguono i vostri consigli? «Qualcosa si vede già: da marzo 2016 a giugno 2017 l’incidenza dei titoli di Stato è scesa dal 54 al 50 per cento, una riduzione di circa 17 miliardi in valori assoluti». Devono continuare su questa strada? «Noi non diciamo che cosa devono fare, sono scelte gestionali che è giusto faccia chi sta sul mercato, rileviamo soltanto che la diversificazione non è ancora ottimale». I grandi gruppi esteri hanno puntato moltosulsegmento dell’asset management quale diversificazione. Voi siete favorevoli? «Le compagnie hanno la possibilità di diversificare nel settore del risparmio gestito, così come possono diversificare geograficamente. Devono decidere se allargare l’ambito del business. L’abbiamo detto più volte: se tutto avviene nel rispetto della sana e prudente gestione non abbiamo nulla da eccepire ». Lei ha parlato di modelli di governance e assetti proprietari inidonei alla crescita. Dunque vi ponete il problema di favorire fusioni e acquisizioni? «Abbiamo già assistito negli ultimi anni a un processo di consolidamento e di razionalizzazione, in parte connesso a un assetto di regole più esigente e particolarmente impegnativo per le compagnie medie e piccole. Bisogna fare i conti con il mondo che cambia rapidamente: per ogni attività ci vuole una scala dimensionale appropriata, assetti proprietari e modelli di governo aziendale potrebbero dover essere rivisti se rappresentano un ostacolo».

In che modo? «Adeguando la governance in modo, come dicevo, da agevolare l’accesso al mercato dei capitali e l’ingresso degli investitori istituzionali nell’azionariato e nel board». Si sta per aprire anche una revisione di Solvency II. Che succederà? «Il 2018 è l’anno della manutenzione straordinaria di Solvency II. Lo scorso giugno, presentando la Relazione annuale dell’Ivass avevo dato conto delle criticità che Solvency II aveva mostrato alla prova dei fatti: complessità, volatilità e campo da gioco non livellato, cioè un’applicazione delle regole diversa da paese a paese. Per apportare i necessari correttivi occorre lavorare insieme agli altri Paesi; il parere tecnico che l’Eiopa ha consegnato alla Commissione europea è risultato soddisfacente per l’Ivass. Ricordo che in Eiopa, l’autorità settoriale europea, opera il nostro Alberto Corinti, l’altro membro del Consiglio Ivass oltre a Riccardo Cesari e a me. In alcune aree si può andare ancora più a fondo per rimuovere eventuali ostacoli normativi alla diffusione di determinate categorie di investimenti. E per ridurre l’eccessivo affidamento ai rating esterni. Sono correttivi che rafforzeranno l’impianto normativo di Solvency2, che è la vera rivoluzione di questi anni nel nostro mondo assicurativo».

via La repubblica

Categorie Assicurazioni,News

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