Popolare di Vicenza: così il futuro sarà da public company

L’intervento del fondo consortile (anche senza quotazione) apre a un nuovo assetto L’offerta pubblica delle azioni dell’ex cooperativa si chiude giovedì

Anche se il Fondo Atlante si è prodigato nel sottolineare che sottoscriverà l’intero inoptato dell’aumento di capitale da 1,5 miliardi della Popolare di Vicenza, da qui a giovedì sono i giorni più caldi nella storia dei 150 anni della banca veneta. Infatti, una cosa è vedere il 99,34 per cento del proprio capitale nelle mani di un fondo – per di più partecipato da molte concorrenti intervenute, come in un consorzio, con il fine principale di evitare disastri sistemici – altra è rivolgersi a una platea di azionisti che, per quanto ridotta, rappresenti una pluralità almeno rilevabile ai fini Consob. Francesco Iorio, amministratore delegato del gruppo, negli ultimi giorni si è battuto per sottolineare la netta discontinuità tra l’attuale management team e la gestione che faceva capo a Samuele Sorato e a Gianni Zonin. Arrivando anche a evidenziare l’opportunità che l’ex presidente Zonin si dimetta dalla presidenza della Fondazione Roi, settimo azionista della banca con 510 mila azioni, pari allo 0,51 per cento del capitale.

Novità Una presa di posizione netta, che mai si era evidenziata in precedenza tra i vertici del gruppo vicentino, che invece fin qui si era segnalato per una soffusa tutela di interessi forti, anche se contrastanti. Evidentemente la durissima – ancorché tardiva – presa di posizione della Consob, che ha vivisezionato l’ipotesi di prospetto informativo della PopVicenza, chiedendo integrazioni e chiarimenti fino quasi allo scadere dell’ultimo momento utile per non dover poi rinviare la data di quotazione già da tempo fissata nel 3 maggio, ha convinto più di uno ad uscire allo scoperto. Un’authority forte, coordinata e capace di rapidi interventi, è quanto di più necessita oggi il sistema finanziario e creditizio italiano, che è già afflitto da una quantità di obblighi e norme che nessuno sente la necessità di ampliare. Nello specifico dell’aumento, proprio l’enormità dei 15 miliardi di nuove azioni che verranno immesse sul mercato la prossima settimana diverranno un fattore nella storia prossima futura della banca veneta.

Sebbene sia probabile un raggruppamento azionario da realizzare anche a breve termine, la natura stessa del Fondo Atlante e la grande quantità di carta che sta per essere messa in circolazione fanno ritenere che la struttura proprietaria della Popolare di Vicenza, dal giorno della chiusura dell’offerta, venga orientata verso una public company. Non fosse altro perché lo scopo della costituzione del fondo (a cui fin qui hanno partecipato Unicredit e Intesa Sanpaolo con 1.000 milioni; Cdp e Fondazioni con 500; Poste Vita con 240; Ubi Banca con 200; Generali con 150; Bper, Bpm, Allianz Italia e Unipol con 100; Creval con 60; Monte dei Paschi, Banco Popolare, Popolare di Bari, Popolare di Sondrio e Banca Mediolanum con 50; Cattolica assicurazioni con 40), non è la gestione di una banca terza, bensì il salvataggio delle due ex popolari venete e la partecipazione nella soluzione del più grave nodo del credito italiano, ovvero gli Npl, i prestiti non performanti che stanno piombando i bilanci di molte banche italiane. Analisti Proprio questo aspetto legato alla governance potrebbe divenire prospetticamente interessante. Anche se per ora, l’unico aspetto che gli operatori internazionali dimostrano di avere a cuore – secondo le parole dello stesso Iorio – sono i multipli.

A una quotazione pari a 10 centesimi in Borsa, la Popolare di Vicenza, nonostante abbia bruciato l’enormità del 99,9 per cento del valore delle precedenti azioni (non quotate), risulta ancora troppo cara rispetto alla concorrenza. Numeri alla mano costa più del Banco Popolare e del Credito Valtellinese. A 10 centesimi vale 0,377 volte il patrimonio netto tangibile. Per confrontare, Ubi vale 0,39; il Banco Popolare 0,35; Carige 0,24; Bper 0,58. Il 14 dicembre 2015 il presidente Dolcetta indicava in una quota di soci «privati» superiore al 30 per cento – quindi circa 500 milioni di euro sottoscritti con l’aumento di capitale – la soglia di accesso a quello che sarebbe stato considerato un grandissimo risultato. Oggi, che quel livello viene aprioristicamente escluso – visto che agli azionisti retail viene riservato il 25 per cento del nuovo capitale – Iorio molto più prosaicamente sostiene che l’aumento sarà un successo a prescindere da chi sottoscriverà. «In dieci mesi – ha detto Iorio – abbiamo reso la banca presentabile sui mercati». Non è poco, ma non è ancora sufficiente.

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