Il mutuo è in crescita tra gli under 30. C’è un effetto Jobs Act?

Crescono le richieste e le erogazioni, complici tassi bassi e prezzi ancora interessanti. Ma chi ha un contratto a tempo determinato ottiene importi più bassi del 33% rispetto agli indeterminati.

Aumenta il numero di ragazzi under 30 che si rivolge a una banca per avere il mutuo. Secondo un’indagine di Mutui.it con Facile.it, gli aspiranti mutuatari erano il 3% nel 2013 e sono arrivati al 31% a fine 2017. Un boom? Certamente, ma con luci e ombre. L’exploit è trainato dalle richieste di chi ha un contratto a tempo indeterminato – una categoria che si è ampliata – a scapito di chi ha un determinato e dei liberi professionisti. Qualche dato per inquadrare meglio la questione: nel 2013 il 75,55% di chi avanzava domanda aveva un indeterminato, nel 2017 siamo all’84,66%. Intanto si è ridotta la fetta dei lavoratori a tempo determinato. Sono passati dall’11% del 2016 al 6% del 2017.

Trend analogo anche sull’erogato: gli under 30 che hanno avuto il finanziamento erano il 2% del totale nel 2013 e il 12% nel 2017. Tra questi gli indeterminati fanno la parte del leone, arrivando nel 2017 all’87,29%, dal 70% del 2013. Se si guarda ai mutuatari a tempo determinato, assistiamo a un tracollo: sono passati dal 30% del 2013 al 6% del 2017.

Per Ivan Cresto, responsabile della divisione mutui di Facile.it, la situazione è imputabile anche a un atteggiamento più prudente da parte delle banche. La stabilità lavorativa diventa quasi conditio sine qua non per accedere al mutuo. E questo, “in assenza di garanti terzi, limita fortemente la possibilità che un lavoratore precario riesca a ottenere un prestito”.

I giovani, intanto, alle banche chiedono di più e riescono anche a ottenere di più.

Sempre secondo la ricerca, la richiesta media ha segnato un +17,5%, arrivando a 122.900 euro nel 2017. Bene anche l’erogato, che lo scorso anno ha subito un balzo del +9,5%, giungendo a 121.460 euro.

Tutta un’altra storia per chi ha contratto a tempo determinato. Non solo negli ultimi 4 anni la richiesta media non è variata, rimanendo attorno ai 106mila euro, ma anche l’erogato medio è rimasto sostanzialmente stabile, segnando un debole +1,1% (dai 90mila euro del 2013, ai 91mila del 2017). Tradotto: gli indeterminati hanno ottenuto importi più alti del 33% rispetto ai loro colleghi con meno tutele lavorative.

La forbice tra le due categorie si amplia, ma non unicamente all’interno della compagine degli under 30. Quello che abbiamo osservato per i più giovani può essere trasposto su tutta la scala dei richiedenti mutuo. Prendendo solo l’erogato, dal 2013 al 2017, gli indeterminati passano dall’81% all’86%, i determinati calano dal 2,4% all’1,9%.

È importante che “i giovani guardino questo periodo, in cui i tassi fissi sono ai minimi e il mercato immobiliare è interessante. Sono in molti a voler passare dall’affitto, all’acquisto”, spiega Paolo Melone, responsabile ufficio Prestiti e mutui Banca dei territori Intesa Sanpaolo. Quello che nota dal suo osservatorio, è una tendenza “ad aumentare la durata del mutuo, tra i giovani e non solo. Ora la media è 25-30 anni, soprattutto tra gli under 30, che spesso arrivano anche ai 35 anni di mutuo. Una crescita delle durate che vale anche sui prestiti personali. Alla luce della situazione economica, gli interessati chiedono di più, ma sulla lunga durata”.

I giovani tornano al mutuo? “Sì, sono consapevoli che sia un’occasione importante, anche perché è un momento storico unico per via dei prezzi delle case e dei tassi bassi”, aggiunge il manager. Il momento storico detta però le erogazioni sulla base dei contratti. Ma la scelta finale, dice Melone, “dipende da banca a banca. Quelle che hanno avuto più difficoltà negli anni passati, hanno probabilmente avuto più problemi a concedere mutui ai giovani”.

Questo rinnovato interesse per i mutui sia stato spinto dal Jobs Act? Melone viene da una banca che tre anni fa ha proposto un prodotto anche per giovani con contratto atipico, non solo indeterminato, ma ritiene che sì, “il Jobs act abbia agevolato la possibilità di dare a più giovani contratti a tempo indeterminato”, con ripercussioni sui mutui. Più cauto Vincenzo Albanese, amministratore delegato di Sigest e presidente di Fimaa Milano, Monza e Brianza (la federazione degli agenti immobiliari). “Non so se il Jobs act influisca. Sicuramente quella a tutele crescenti è una formula che si sta diffondendo”, osserva.

Per Albanese il mercato dell’abitare è costituito da tanti tasselli. C’è l’acquisto previo mutuo, con “gli istituti di credito più attenti a chi danno finanziamento rispetto a qualche tempo fa”, e con “sempre più spesso l’iniziale supporto della famiglia: è difficile che un giovane sotto i 30 anni riesca a comprare casa da solo, soprattutto a Milano e Roma, dove servono somme più importanti rispetto ai 150mila euro che sono la media nazionale di acquisto”. Prendono piede, continua, “esperienze come il cohousing, da fare magari in un periodo iniziale, quando non si dispone di cifre importanti ma gli spazi sono ancora pochi e non si trovano facilmente”. Infine, la locazione. Perché, spiega, “un paese che ha nella mobilità il suo valore aggiunto, deve disporre case in affitto”. Per chi si muove per lavoro, ma anche per chi non può permettersi l’acquisto di una casa.

Via Wired

Categorie Mutui e prestiti,News

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