Ecco come Google e Facebook fanno affari con le assicurazioni mediche

L’interesse dei colossi dell’informatica a entrare nel settore sanitario è sempre più forte, come dimostrano tutte le recenti mosse di colossi come Ibm, Facebook, Google, Amazon e Apple. C’è poi uno specifico campo in cui qualcosa si sta muovendo, soprattutto negli Stati Uniti: quello delle assicurazioni.

Le relazioni fra le grandi compagnie assicurative e i big dell’IT si stanno intensificando, con vere e proprie partnership già pronte a partire.

La ragione di questo liaison è semplice. Big Tech dispone, otre che di un potere gigantesco in termini economici e finanziari, dei dati di milioni di utenti in tutto il mondo: parliamo sia di dati “semplici” che di dati sensibili, per esempio quelli sanitari. Si tratta di un patrimonio inestimabile, anche e soprattutto per le compagnie assicurative, che sostanzialmente realizzano profitti sulla base di calcoli di rischio. E più informazioni sui clienti si hanno a disposizione, più è facile calcolare i rischi e dunque aumentare i profitti.

BIG TECH HA GIÀ I NOSTRI DATI

Recentemente si è parlato e scritto molto sul tema dei dati sanitari, sull’interesse dei colossi IT a ottenerli (in Italia ricordiamo il caso Watson-Ibm) e anche sui problemi legati alla tutela della privacy. I rischi ci sono, naturalmente, ma il punto non è tanto se sia opportuno che i sistemi sanitari nazionali concedano i dati sanitari dei pazienti a Big Tech. Il punto è che Big Tech quei dati li ha già, seppure molto parziali. Li ha perché glieli abbiamo forniti noi stessi, per esempio utilizzando le applicazioni sullo smartphone. E negli Stati Uniti le compagnie stanno già mettendo a frutto questa “ricchezza”.

GOOGLE E LE ASSICURAZIONI

Prendiamo ad esempio Google e alla sua controllante, Alphabet. L’emittente CNBC ha recentemente rivelato come Mountain View, tramite la società Verily, che si occupa di tecnologia applicata alla sanità, abbia avviato una collaborazione con alcune compagnie di assicurazioni. Secondo l’accordo, Verily assumerebbe il rischio relativo a migliaia di pazienti potrebbe aiutare le compagnie assicurative ad abbattere i loro costi.

Ma come funzionerebbe, nel concreto, la partnership? Scrive la CNBC che Verily, analizzando i dati sanitari dei pazienti, potrebbe ad esempio «capire chi abbia più bisogno di assistenza domiciliare. O chi continui la cura dopo essere stato dimesso dall’ospedale». Informazioni senz’altro molto rilevanti per le compagnie, ma non solo. Una collaborazione di questo genere non conviene solo alle aziende che la stringono, ma potenzialmente a tutti quei soggetti che si fanno carico della spesa sanitaria. Che vuol dire, negli Stati Uniti, il Governo (nel caso di Medicaid) e i datori di lavoro.

UN MERCATO DA 25 MILIARDI

Questo mercato, secondo Ari Gottlieb, direttore del gruppo di consulenza PwC, cuberebbe «fra i 20 e i 25 miliardi di dollari l’anno, con un potenziale enorme per il futuro, pari anche a 1000 miliardi».

Verily potrebbe garantire il servizio solo in virtù dell’analisi dei dati dei pazienti, ma come fare a ottenerli? In realtà, come abbiamo detto, Google ha già molto materiale a sua disposizione e lo ha raccolto alla luce del sole. Per esempio con Project Baseline, un programma di ricerca medica a cui ciascuno può volontariamente fornire informazioni sulla sua salute. Oppure avviando programmi di collaborazione con compagnie attive nel settore sanitario (per esempio la multinazionale americana 3M) per lo sviluppo di algoritmi in grado di processare gli stessi dati sanitari.

FACEBOOK E I PLUG-IN TRACKING PIXEL

Sebbene Google abbia avviato progetti già piuttosto sviluppati, tutti i suoi principali competitor hanno manifestato interessi in campo sanitario. L’ha fatto Apple, l’ha fatto Amazon, l’ha fatto Ibm. E l’ha fatto Facebook.
Sempre a proposito di assicurazioni, in Olanda nei giorni scorsi la stampa ha dato notizia di un’inchiesta dell’emittente NOS secondo cui, su 40 siti di compagnie assicurative, 18 contenevano un tracking pixel di Facebook. Si tratta di un codice di tracciamento che, se l’utente è connesso a Facebook, è in grado di ricavare informazioni sulla sua navigazione su un determinato sito e poi di inviarle al social network. Secondo NOS, 11 compagnie avevano piazzato il tracking pixel su pagine che mostravano informazioni mediche. Scrive il sito Dutchnews.nl che Facebook era in grado di sapere, per esempio, se un utente aveva visitato la pagina del sito di assicurazioni relativa a malattie sessualmente trasmissibili, per poi inviargli successivamente pubblicità mirata della compagnia stessa. Il plug-in non poteva tracciare informazioni mediche confidenziali degli utenti, ma soltanto ricavare informazioni indirette sulla base del loro comportamento online. Dunque, in questo caso, non si tratta di dati sanitari veri e propri e comunque l’utilizzo di codici di tracciamento è legale, se i visitatori del sito hanno acconsentito ai temini di utilizzo del sito.
Ciononostante due compagnie, Menzis e ONVZ, hanno deciso di rimuovere dai loro siti il plug-in, come ha scritto Dutchnews.

FACEBOOK E LE CRITICHE DEL WASHINGTON POST

Il punto è sempre lo stesso: un ruolo così rilevante di soggetti privati in un settore così delicato come quello sanitario comporta significativi rischi, particolarmente evidenti dopo il caso Cambridge Analytica, che ha scosso le fondamenta dell’azienda di Mark Zuckenberg. Sostanzialmente il timore più diffuso è che ogni espansione di Big Tech nel settore sanitario possa danneggiare clienti o pazienti a vantaggio delle compagnie. O comunque di soggetti terzi che beneficerebbero dei dati degli utenti.

Qualche giorno fa l’esperta di tecnologia sanitaria digitale della Rice University di Houston Kirsten Ostherr ha scritto un articolo molto critico sul Washington Post, dal titolo «Facebook sa un sacco di cose sulla tua salute. E vuole usarle per fare soldi». «La mancanza di trasparenza, le maggiori connessioni fra sanità e tecnologia e fare un affidamento crescente sull’elaborazione di modelli di rischio nell’ambito dell’assistenza sanitaria sono elementi che portano a concludere che combinare i dati sanitari per targettizzare i pazienti può danneggiare chiunque abbia una malattia grave o rischi di svilupparla» scrive Ostherr.

Il senso è che, grazie ai dati, le compagnie avrebbero uno strumento potentissimo per “spiare” i loro potenziali clienti. Come spiega l’esperta: «Le compagnie di assicurazione usano ‘l’intelligence’ e le profilazioni sui social media per fornire informazioni agli algoritmi che automatizzano i prezzi, la gestione dei sinistri e il rilevamento delle frodi. Quando i rischi sanitari sono trattati come rischi finanziari, le informazioni contenute nei profili digitali degli utenti possono essere usate contro di loro per alzare i premi o negare le indennità. Ciò significa che siamo tutti a rischio».

Categorie Assicurazioni,News

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