Il digitale cresce in azienda? Più social network che big data

L’80% dei manager si dice a proprio agio nell’utilizzo degli strumenti digitali e il 60% usa i social media per far crescere il business. Il 30% però ignora cosa siano e a che servano i big data, il 30% non si sente competente. I dati della ricerca “Le@d 3.0 Academy”, condotta da Fondazione Istud intervistando 421 manager di Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Polonia e Portogallo.

Come si tengono insieme i dati di crisi e disoccupazione e gli 800 mila posti di lavoro vacanti nel nostro Continente per carenza di competenze digitali (dati della Commissione europea)? Ce lo spiega la ricerca sui manager del progetto Le@d 3.0 Academy, condotta da Fondazione Istud con la collaborazione di multinazionali, università, business school, corporate universities (scuole di formazione interne alle aziende), network di formazione, piccole e medie imprese europee. Finanziata dal programma Erasmus Plus della Commissione europea, tra luglio e dicembre 2015 ha coinvolto 421 manager (52% uomini e 48% donne) di tutte le funzioni aziendali di Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Polonia, Portogallo.

Di fronte al continuo cambiamento in atto, soprattutto per le figure manageriali, mai come oggi risulta strategico un approfondimento di analisi e ricerca sulle competenze chiave che serviranno per governare questo flusso. Da qui, la ricerca. Cosa è emerso? Un manager su tre non utilizza i big data per prendere decisioni, anticipare trend, o analizzare i rischi collegati ai propri progetti perché non in grado o perché non ne percepisce la rilevanza nei propri ambiti di lavoro. Quattro su dieci si sentono non perfettamente a proprio agio nell’uso di strumenti digitali per la risoluzione di conflitti. Più del 30% dei manager che hanno risposto dichiara un gap di competenza nella gestione dei propri network interni ed esterni attraverso i canali digitali. D’altra parte 8 su 10 si sentono a proprio agio nell’utilizzo della vasta gamma di strumenti digitali a disposizione oggi e oltre il 60% degli interpellati dice di essere in grado di usare social media e social network in maniera efficace per accrescere il proprio business.

La fiducia digitale. Sei sono i macro gruppi di competenze strategiche di leadership manageriale emerse dallo studio: le competenze digitali di base, quelle di e-communication (comunicazione digitale), di e-teamworking (lavoro di squadra digitale), di e-entrepreneurship (managerialità digitale), di e-innovation (innovazione digitale), di e-reputation (reputazione digitale) e di e-lifelong-learning (apprendimento permanente digitale). Un dato interessante è quello relativo alla costruzione della fiducia digitale (e-trust). Nell’era della sharing economy, materia prima dei nuovi mercati della condivisione è il trust, la fiducia, che diventa un obiettivo e una risorsa da gestire in tutte le funzioni aziendali e a tutti i livelli del lavoro. Se prima la costruzione di reputazione e fiducia con clienti e consumatori era di competenza stretta degli uffici marketing e comunicazione, oggi invece, con il digitale, questo diventa un elemento pervasivo che ricade su tutta l’organizzazione, dall’amministratore delegato, alle risorse umane, ai diversi profili che lavorano in azienda. La ricerca mette in luce come il 37% dei manager manifesti un gap di competenze in questa area e il 22% di questi esprima un bisogno di formazione nell’area dell’e-trust.

I gap dichiarati ma non colmati. Un ulteriore ambito dello studio riguarda la percezione degli effettivi bisogni di formazione tra i manager in area digitale. Registrati i gap di competenza tra i decisori delle aziende europee, tra le voci verso le quali questi avvertono il maggior bisogno di attività formative mirate si evidenziano i big data per la presa di decisioni (priorità formativa per il 12%), e l’utilizzo dei social network e social media a scopi di business (priorità per il 9%). La necessità di formazione, insomma, è riscontrata, ma ancora limitata: si potrebbe dire che molti avvertono i gap di competenza, ma sono ancora pochi quelli che si attrezzano veramente per colmarli. “Probabilmente – commenta la Fondazione – perché possano nascere nuovi innovation hub e piccole Silicon Valley in salsa europea, una maggiore presa di responsabilità in area digitale della classe dirigente continentale sarebbe auspicabile”.

La collaborazione tra accademia e industria. Marcella Caramazza, Direttore Generale Fondazione Istud porta qualche buona pratica: Coursera, per esempio, piattaforma online pensata per la formazione a distanza che punta a coinvolgere un numero sempre più elevato di persone, consentendo loro di fare corsi specifici, purché in possesso di un computer (ma anche tablet e smartphone vanno bene) e di una connessione a internet. Ci si può connettere da qualsiasi posto a qualsiasi ora, gratis. Oppure i corsi online di business school e delle grandi università come Stanford che “dimostrano che la disponibilità di una grande varietà di risorse didattiche online, aperte a tutti e fruibili digitalmente, offre grandi vantaggi e benefici per i formatori così come per gli studenti e i manager. Queste esperienze pilota stanno totalmente cambiando lo scenario dell’ apprendimento e della formazione e da esse nascono nuovi modelli di business. Oggi, come mai prima, accademia e industria devono essere aperte a innovare e devono lavorare insieme per sviluppare piattaforme di formazione digitali, aperte e accessibili a livello europeo: occorre creare e diffondere nuovi modelli formativi, fare sinergia di competenze ed esperienze, dar vita a una offerta attuale e di qualità”.

Via la Repubblica.it

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