Difendere tutti o accettare la selezione della specie

L’argomento che vorrei affrontare in questa sede consiste nel rapporto tra Gruppi aziendali e rappresentanza generalista. Troppo a lungo infatti, forse per paura di finire nelle sabbie mobili della polemica o forse più semplicemente perché la materia è veramente complessa, la questione è stata nascosta sotto il tappeto, con la conseguenza che ogni tanto rispunta fuori acuita da fatti contingenti che ne aumentano la portata.

Senza avere la pretesa di estrarre dal cilindro la soluzione giusta, cosa che lascio volentieri ai soliti anacoreti secondo i quali la verità è sempre ben altra cosa rispetto a quella in discussione, un paio di convinzioni vorrei comunque condividerle con voi, facendo attenzione ad essere molto chiaro per evitare inutili fraintendimenti.
I Gruppi aziendali sono, a mio avviso, una componente essenziale del movimento sindacale, a patto che accettino il ruolo tutt’altro che secondario di interlocutori delle imprese nella trattativa di secondo livello. Ciò significa che gli istituti dell’Accordo Nazionale Agenti-Imprese, i contenuti contrattuali dei mandati di agenzia che hanno interesse generalista, l’azione di lobbing volta ad ottenere soluzioni legislative ai problemi della categoria, il Fondo Pensione Agenti, il Contratto di lavoro dei dipendenti, sono argomenti che possono vedere i Gruppi aziendali impegnati soltanto nelle fasi del dibattito ideologico e del successivo sostegno alle attività di primo livello che sono riservate esclusivamente al Sindacato.

Non è pertanto consentito camuffare con l’abito dell’accordo integrativo aziendale, peraltro sottoscritto in una posizione di storica subalternità rispetto alla mandante, la trattativa riguardante i temi che impattano sull’intero mercato e rischiano di spostare il piano del negoziato su posizioni più favorevoli alle imprese e di conseguenza meno vantaggiose per gli agenti. Non è consentito cioè far passare a livello di singola impresa, mediante la condivisione o il silenzio-assenso, pezzi di contrattazione collettiva generalista, magari millantando la delega ricevuta in tal senso dai propri iscritti.

E chi lo fa, è chiaramente consapevole di avere come obiettivo principale quello di polverizzare le attività sindacali e di depotenziare il Sindacato nel tentativo di portare nuovi soci al bonsai minoritario. Un’operazione che non è ancora riuscita, ma che sembra essere il focus principale di alcuni gruppi dirigenti. Di conseguenza sopportare continue prese di distanza da SNA e velate intimidazioni di contenzioso legale, per timore che da un momento all’altro questo o quel GAA possa operare lo strappo definitivo non ha senso e bene fa il Presidente nazionale Claudio Demozzi a tirare dritto per la sua strada anche quando riceve velate minacce di rottura da parte dei soliti noti.
Né la chiarezza delle proprie posizioni politiche può essere utilizzata, da chi è già fuoriuscito da SNA a titolo personale, come scusa per giustificare il tentativo in atto di effettuare il distacco collettivo come Gruppo che è nei progetti fin dal primo momento e semmai non è stato praticato finora soltanto per timore del flop, visto che gli agenti sarebbero costretti a scegliere se rimanere dalla parte di chi pratica fatti concreti a favore della categoria – consulenza e assistenza alle agenzie messe sotto pressione dalle mandanti, conquista della libera collaborazione tra intermediari iscritti al RUI, stipula del nuovo CCNL del personale di agenzia, salvataggio del Fonage, istituzione della Cassa malattie dei dipendenti, avvio di corsi gratuiti per i dipendenti di agenzia e l’elenco potrebbe continuare a lungo – o trasferirsi dall’altra parte totalmente impegnata in una continua e inutile verbosità ispirata alle strategie dell’industria assicurativa.

Chi vuole sostituirsi allo SNA è pertanto fuori dallo SNA per propria scelta e non per intransigenza ideologica del vertice sindacale. Il Sindacato, al contrario, è inclusivo, attento alle minoranze di pensiero che considera una ricchezza tanto ideale quanto politica, anche se conserva e guai se così non fosse, il diritto-dovere di preservare la propria storia, le proprie conquiste e la propria integrità dal nichilismo distruttivo dei suoi detrattori prezzolati.

Fare sindacato significa tutelare gli interessi e i diritti dell’intera categoria, con una particolare attenzione rivolta a coloro che incontrano maggiori difficoltà di sopravvivenza e, nel contempo, significa considerare la confindustria delle compagnie come una controparte istituzionale con la quale intrattenere un rapporto dialettico e paritetico, al riparo da sudditanze dissimulate a parole, eppure così evidenti nei fatti. Nelle relazioni industriali la parte sindacale ha cioè una funzione sostanzialmente rivendicativa che non rientra nella visione corporativa di un’associazione, soprattutto quando è di comodo, che accetta per definizione la selezione della specie e la concertazione al ribasso imperniata sul fiancheggiamento dei disegni di sviluppo delle imprese.
Insomma lo SNA non è in competizione con i GAA che condividono il rispetto dei ruoli e dei compiti, anzi, li considera parte del tessuto connettivo che provvede al sostegno e al nutrimento della vita sindacale. Sa però come difendersi da coloro che fingono neutralità e nel contempo operano per erodere il terreno fertile nel quale affondano le radici sindacali.

Non credete anche voi che sarebbe utile avviare al più presto un ampio dibattito su questi temi e prevederne il momento di sintesi in occasione del prossimo Congresso nazionale?
Roberto Bianchi

Via SNA Channel

Categorie Assicurazioni,Associazioni di Categoria,News

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