Contante: il caso della Corea del sud

L’Italia si interroga con sempre maggiore frequenza sul fatto se sia o no il momento di cambiare rotta in tema di denaro contante. Il tema è tornato prepotente pochi giorni fa quando, nella Nota di aggiornamento al Def, Documento di economia e finanza, il governo ha manifestato ancora una volta l’intenzione di incentivare l’uso dei mezzi di pagamento elettronici, come carte di credito, di debito e sistemi di pagamento tramite app, anche per contrastare l’evasione fiscale. Della questione si è già occupata Facile.it che, in una ricerca realizzata da mUp Research in collaborazione con Norstat, evidenzia come 1 italiano su due a dire addio al contante. Sconti sugli acquisti ma anche sgravi fiscali, dice la ricerca, farebbero cambiare idea a molti, mentre meno efficace sembrerebbe il tema della lotta all’evasione fiscale (con un 10% di italiani che ha paura che lo Stato possa tracciare tutte le spese).

A suffragare questa visione arriva un articolo di Repubblica a firma di Alberto Franco, professore di diritto tributario all’Università di Torino secondo il quale, se è vero che parecchi studi mostrano la correlazione negativa tra l’uso dei pagamenti con moneta elettronica e l’ampiezza dell’economia sommersa (quando cresce il numero di pagamenti elettronici e tracciabili, l’area del sommerso diminuisce), è anche vero che sono meno i casi in cui, in un contesto internazionale, le autorità si sono concentrate non tanto sul disincentivare l’uso del contante, quanto piuttosto sull’incentivare l’uso dei mezzi elettronici. In questo senso, un caso di successo è quello della Corea del Sud.

L’esperimento Corea del Sud. Nel 1999, dopo ripetuti tentativi di contrastare l’evasione fiscale, la Corea del Sud ha introdotto un’agevolazione sui pagamenti con le carte di credito e di debito: un sistema di obblighi fiscali, simile a quello italiano, che prevedeva l’obbligo di installare dei registratori di cassa e di rilasciare ricevute e scontrini. In breve tempo le autorità si sono accorte che queste misure erano inefficaci e le ha abbandonate, sostituendole con la possibilità di detrarre dal reddito da lavoro una certa percentuale delle spese pagate con i mezzi elettronici. Queste spese, per un importo compreso tra una soglia minima e una massima (passata, nel corso degli anni, dal 10% al 20% e arrivata anche al 30% per le carte di debito) possono venire dedotte in parte sul reddito. I risultati sono stati giudicati sorprendenti, visto che questa misura ha contribuito a passare da un’economia basata sul contante ad una basata sulla moneta elettronica; oggi, inoltre, la Corea del Sud è uno dei paesi al mondo col tasso più alto di pagamenti con moneta elettronica in relazione al pil. E non è tutto: con l’incentivo del governo coreano, il Paese ha ridotto di molto (e in poco tempo) la sua economia sommersa e incrementato, invece, il gettito fiscale, oggi stimato in 1,3 miliardi di dollari, con un aumento del 4% delle entrate relative a imposte su redditi delle persone fisiche.

Ogni paese fa storia a sé eppure, secondo il professor Franco, ci sono buone possibilità che l’incentivo alla coreana, diciamo, possa funzionare almeno in parte anche in Italia. Per due fattori: il primo è la semplicità nell’applicazione di questa agevolazione e nel calcolo del risparmio fiscale del contribuente, il secondo riguarda un quadro normativo e un sistema d’informazioni che consente alle autorità di raccogliere dati e analizzare transazioni finanziarie di un soggetto.

Via: www.prestiti.it

Categorie Mutui e prestiti,News

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