Clausole vessatorie e indennizzi relativi a contratti di assicurazione sulla vita

La Suprema Corte contro alcuni inutili adempimenti formali che complicano al cliente la strada per la dovuta liquidazione: l’occasione per un utile redrafting di alcuni standard contrattuali?

di Avv. Nicola Tilli
fondatore di Novastudia Professional Alliance

Il 20 agosto scorso la Suprema Corte ha definito un giudizio in materia di rapporti tra consumatori e assicurazioni, andando a incidere in modo sostanziale sui rapporti tra imprese e clienti per quanto concerne l’applicazione, anzi la disapplicazione, di alcuni criteri/comportamenti formali pretesi dalle compagnie a margine della liquidazione di indennizzi dovuti in base a contratti di assicurazione sulla vita.
La Corte sgombra il campo da equivoci e afferma che alcune formalità pretese dal beneficiario a puro titolo di impegno contrattuale senza che possano incidere sostanzialmente sui benefici o diritti delle parti non hanno ragione di ostacolare il normale processo di liquidazione, anzi assomigliano per lo più a “paletti” posti in essere esattamente per ostacolare il normale flusso di dati e informazioni eminentemente necessari per concludere il processo contrattuale di assegnazione dell’indennizzo all’avente diritto.
La Corte, con ragionamento rigoroso, ne ripropone la vessatorietà ai sensi del Codice del Consumo, sancendo di fatto l’esclusione di clausole che dettino alcuni obblighi di comportamento (vedi infra) dal contesto contrattuale,
Si impone così per le Compagnie tutte la riflessione su un redrafting della propria modulistica standard in materia per evitare le censure suddette.
Il rapporto tra le clausole vessatorie e le proposte contrattuali inerenti il ramo vita è da sempre considerato tema “caldo” e la sentenza n. 17024 della III Sez. della SC intende fornire una soluzione che possa positivamente indirizzare i futuri andamenti dei rapporti contrattuali tra le parti laddove si presentino casi di liquidazione di indennizzi richiesti da beneficiari di polizze-vita che incappano in eccezioni derivanti da mancati adempimenti od esecuzioni contrattuali circoscritte in precisi canoni formali che non avrebbero ragion d’essere in quanto costituiti da clausole vessatorie.
Ad esempio il rifiuto di pagamento può avvenire (come è stato nel caso concreto trattato dalla SC) per mancata presentazione di documenti espressamente richiesti dalla compagnia (richiesta formulata su modulo predisposto dall’assicuratore, da sottoscrivere presso l’agenzia di competenza, con presentazione di relazione medica sulle cause della morte dell’assicurato e produzione (a semplice richiesta) delle relative cartelle cliniche del deceduto.
nonchè atto notorio riguardante lo stato successorio del deceduto originale del certificato di polizza.
La Corte non ha esitato a qualificare tale tipo di formalismo proposto nelle Condizioni Generali di assicurazione come vessatorio.
Per l’art. 33, comma 2, lett. (q), del d. lgs. 6 settembre 2005 n. 206 (“Codice del Consumo”) “Si presumono vessatorie, fino a prova contraria, le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di […] limitare la responsabilità del professionista rispetto alle obbligazioni derivanti dai contratti stipulati in suo nome dai mandatari o subordinare l’adempimento delle suddette obbligazioni al rispetto di particolari formalità”.
Su questa scorta il giudicante ha rilevato che “queste previsioni, ciascuna delle quali è già di per sé gravosa, messe insieme formano un cocktail giugulatorio e opprimente per il beneficiario”.
Non solo. La Corte evidenzia l’inutilità pleonastica delle clausole, che non hanno alcuna funzione contrattuale reale se non l’attitudine complicatoria ovvero sono clausole “senza alcun reale vantaggio per l’assicuratore, che non sia quello di frapporre formalistici ostacoli al pagamento dell’indennizzo”.
Le clausole presunte come vessatorie ex art. 33, comma 2 CodCons (compresa la lett. q) sono tipizzate ovvero impongono al professionista di provare l’assenza dello squilibrio nei rapporti tra le parti o la presenza di una trattativa individuale, al fine di escluderne ogni vessatorietà,
laddove (per Cass. n. 24262/2008) la trattativa validamente esercitata deve essere individuale (avente ad oggetto clausole o elementi di clausola costituenti il contenuto dell’accordo, presi in considerazione singolarmente o rispetto al significato che assumono nel complessivo tenore del contratto), seria (con comportamento idoneo a raggiungere il risultato cui la trattativa è diretta) ed effettiva (nel rispetto dell’autonomia privata delle parti, per cui sin intende che il cliente abbia avuto voce in capitolo per determinare il contenuto del contratto).
E’ chiaro e noto come ciò sia impossibile di fatto nei contratti standard proposti dalla parte contrattuale forte o dominante che nel caso di specie è la compagnia di assicurazione.
In applicazione di ciò, si possono analizzare i singoli obblighi del caso concreto.
Appare forzatamente gravoso e senza senso utile sottoporre l’indennizzo alla presentazione di modulo predisposto dall’impresa in contrasto con il principio della c.d. “libertà delle forme” dei contratti così come l’obbligo di sottoscrivere la richiesta di indennizzo presso l’agenzia di competenza non ha alcuna logica se non quella di aggravio dei comportamenti del cliente.
Anche l’onere di produrre una relazione medica sulle cause del decesso crea un onere economico e giuridico di documentare le cause del sinistro che in legge non esiste, ma che pur volendo essere creato contrattualmente deve avere un senso sinallagmatico e logico che è qui assente.
La produzione di cartelle cliniche del deceduto, complica l’iter indennitario, in quanto la presentazione dei documenti è dovuta a semplice richiesta (anche teoricamente meramente strumentale) dell’assicuratore e potrebbe genericamente riguardare anche documenti datati, oltre a rappresentare una spesa per il beneficiario e porre problemi di opposizione, ai sensi della privacy, da parte della struttura sanitaria.
Senza senso sono la richiesta di atto notorio dello stato successorio per chi è titolare di un diritto iure proprio senza necessità di dover provare vincoli parentali e la richiesta di originale di polizza che compagnia non può non possedere.
In altre parole il contratto subordinava il pagamento dell’indennizzo al compimento di attività, da parte del beneficiario, ritenute “di difficile attuazione” ex art. 33 co.2 lett. q Cod Cons.
Si impone perciò complessivamente in questo caso (e nei casi simili) l’applicazione die principi di cd. “nullità di protezione”, previste a garanzia della parità tra contraenti forti e contraenti deboli, come nel D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33 a protezione del consumatore, rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio sulla base della semplice allegazione del contratto, essendo sufficiente che i fatti risultino documentati ex actis (Sez. U, Ordinanza interlocutoria n. 10531 del 07/05/2013) e non dovendo il beneficiario provare il “significativo squilibrio”, presunto juris tantum eventualmente sino alla prova contrario di quello squilibrio portata dalla compagnia.
Questo per la Suprema Corte.
In linea di massima, commentiamo che l’ingente numero di formalismi costituisce di per sé, per il solo ordine quantitativo, un comportamento vessatorio complessivo, in quanto è chiaro che nella messe di sette-otto adempimenti formali richiesti, il beneficario-consumatore si possa perdere una o determinate fasi o azioni richieste, data la mole incredibilmente alta di richieste che gli vengono effettuate e che deve contemporaneamente porre in essere.

In effetti l’occasione per un redrafting ripensato di alcune clausole contrattuali presenti negli standard di alcuni compagnie operanti nel ramo vita, potrebbe essere incentivato da una pronuncia in quanto, indipendentemente da essa, gli operatori e gli interpreti del settore hanno spesso segnalato che i canoni di vessatorietà di certa modulistica sono spesso concretizzati.
SI pensi alle caratteristiche specifiche della clausola incriminata.
Le condizioni generali di contratto prevedevano che il beneficiario, per ottenere il pagamento dell’indennizzo, dovesse:
(a) sottoscrivere una domanda su apposito modulo predisposto dall’assicuratore, e per di più farlo
“presso l’agenzia INA di competenza”;
(b) produrre il certificato dì morte del portatore di rischio;
(c) produrre una relazione medica sulle cause della morte, scritta da un medico su un modulo
predisposto dall’assicuratore;
(d) produrre una dichiarazione del medico autore della relazione di cui sopra, nella quale questi
attesti di avere “personalmente curato le risposte”;
(e) produrre, a semplice richiesta dell’assicuratore, le cartelle cliniche relative ai ricoveri subiti dal
portatore di rischio;
(f) produrre un atto notorio “riguardante lo stato successorio” della persona deceduta;
(g) produrre l’originale della polizza.
Il quadro di adempimenti complessivi già vessa per la sua quantità, ma anche con riguardo alla qualità delle singoli disposizioni (e di altre similari che potremmo enumerare indipendentemente dal caso concreto) la loro evidente strumentalità e inutilità è indice di una complicazione contrattuale che è contraria ai principi di tutela della parte debole contraente per ognuna delle disposizioni prese in esame.
(a) Sottoscrivere una domanda su apposito modulo predisposto dall’assicuratore, e per di più farlo
“presso l’agenzia INA di competenza” non ha alcun senso pratico o finalità che non possa essere raggiunta con una modalità di comunicazione alternativa ma allo stesso modo formale: non sarebbe quindi valida una manifestazione di volontà espressa a mezzo del proprio legale nominato al fine della liquidazione?
(b) Produrre il certificato dì morte del portatore di rischio, è atto di capziosità formale dato che si tratta di atto pubblico a disposizione di chiunque.
(c) Produrre una relazione medica sulle cause della morte, scritta da un medico su un modulo
predisposto dall’assicuratore, può essere di
(d) Produrre una dichiarazione del medico autore della relazione di cui sopra, nella quale questi
attesti di avere “personalmente curato le risposte”; è pleonastico nel momento in cui l’attestazione è contenuta nella firma della relazione di cui sopra, con cui il medico si assume la responsabilità delle dichiarazioni ivi contenute.
(e) Produrre, a semplice richiesta dell’assicuratore, le cartelle cliniche relative ai ricoveri subiti dal
portatore di rischio; il che diventa eccessivamente oneroso e gravoso, stanti le regole in materia di privacy che regole le strutture sanitarie nazionali (si tratterebbe di dati di proprietà del terzo deceduto per il richiedente).
(f) Produrre un atto notorio “riguardante lo stato successorio” della persona deceduta; il che è ultroneo rispetto al diritto del beneficiario che è svincolato dalla sua qualifica di erede.
(g) Produrre l’originale della polizza; già in possesso della Compagnia, come osserva la Corte.
Quel che rileva nel caso di specie è la tendenziale vessatorietà del contraente a cui non fa da contraltare nessun ragionevole vantaggio o diritto dell’assicuratore che non trarrebbe alcun concreto beneficio dal realizzarsi di questi comportamenti che perciò stesso appaiono di per sé eccessivamente e tendenziosamente superflui e fatigatori.
La riflessione per gli operatori dovrebbe quindi quella di operare una revisione di clausole mutuando per analogia i suggerimenti forniti dalla Corte in quersto caso concreto.
Eì chiaro infatti, secondo il suo dettato, che tutti quegli strumenti contrattuali non possono violare lo spirito di aderenza dell’accordo a finalità concrete legate alle esigenze effettive delle parti e che ogni adempimento contrattuale richiesto alle parti deve essere esercizio utile correlato al funzionamento effettivo dell’accordo e al suo realizzarsi.

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