Assicurazioni e wearable, il servizio sanitario diventa 2.0

La crisi del welfare spinge gli italiani a guardare altrove: dispositivi tecnologici per la prevenzione e polizze che offrono servizi le prime richieste.

L’uso che facciamo dei dispositivi elettronici e digitali ha profondamente segnato tanto la vita di tutti i giorni quanto la nostra visione del futuro, legandola a doppio filo all’innovazione tecnologica: dai social ai wearable, dalle piattaforme di commercio online ai servizi di geolocalizzazione, abbiamo un controllo maggiore delle nostre vite e, allo stesso tempo, una maggiore consapevolezza dei rischi, mentre le tradizionali agenzie di protezione – come il welfare statale – si affievoliscono.

Questo cambia il modo in cui gli italiani guardano alle assicurazioni in campo sanitario, come testimonia la ricerca commissionata da Axa Italia a Episteme, Tra volontà e connessione: le nuove frontiere dell’innovazione per la protezione: quello che ora si chiede è un vero e proprio welfare, fatto di strumenti di prevenzione prima e di cura poi, non solo semplici rimborsi.

Il 74,4% del campione acquisterebbe una polizza che permettesse di accedere a servizi di prevenzione e di cure, il 71,3% che fornisse assistenza in caso di non auto-sufficienza anziché una rendita.

Ma prevenzione come? Gli italiani sentono la necessità di nuovi servizi e consulenze, anche on-line, per evitare il più possibile danni, incidenti e malattie. Il 63,5% è inoltre interessato a una polizza che offra un dispositivo per il controllo della salute. C’è una domanda di servizi innovativi per la salute e di accompagnamento verso la vecchiaia che rimane insoddisfatta dagli attuali strumenti di welfare.

In questo spaesamento, la tecnologia è un importante ancoraggio: tra i sogni dell’umanità che più intervistati ritengono maggiormente importanti c’è lo sviluppo di tessuti artificiali per rigenerare o sostituire tessuti e cellule umane (32,3%), e tecnologie indossabili (26,4%) in grado di individuare le avvisaglie di un possibile infarto o cambiamenti ematici causati, per esempio, dal cancro.

Dispositivi di questo tipo non sono fantascienza. Il mondo dei wearable è in costante crescita.

Già oggi semplici braccialetti, o smartwatch collegati direttamente con i nostri dispositivi smartphone, possono fornirci un resoconto accurato del nostro stato di salute, della nostra attività sportiva. Battiti cardiaci, numero di passi, distanza percorsa, calorie bruciate, costante monitoraggio delle fasi del sonno sono i servizi più banali offerti.

Al momento, secondo uno studio di CCS Insight Global Wearables Forecast, pubblicato a inizio 2017, sono stati spesi nel mondo circa 3,8 miliardi di dollari per quasi 60 milioni di dispositivi per il monitoraggio dell’attività sportiva e della salute individuale.

La previsione al 2020 è invece di 6 miliardi di dollari per un totale di circa 187 milioni di dispositivi.

Grandi compagnie tecnologiche, come Google, hanno sviluppato giganteschi piani di sperimentazione negli Stati Uniti, sostituendosi di fatto alle agenzie sanitarie nella fornitura di servizi di medicina predittiva attraverso tecnologie indossabili.

È chiaro che, dal lato assicurativo, queste tecnologie possono permettere di tarare meglio l’offerta su ogni cliente: riusciranno però le compagnie a battere la “concorrenza” hi tech?

L’unico modo di farlo è presentarsi come soggetto più autorevole e meno intrusivo dei grandi della tecnologia: finora gli italiani, dice la ricerca Episteme, ritengono più conveniente rivolgersi a una assicurazione che non a un soggetto tecnologico, anche quando la copertura richiesta riguarda servizi altamente innovativi.

Categorie Assicurazioni,News,Tecnologia

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