Rischi indiretti, danni diretti da imprevidenza (di Saverio Zavaglia)

Tra i classici della letteratura manageriale del Novecento, spicca il capolavoro dello storico d’impresa, docente presso l’Università di Harvard, Alfred D. Chandler jr. (1918 – 2007) il cui titolo è già di per sé un messaggio decisivo: “Strategia e struttura”.

Un testo del 1962 con cui si dimostra, attraverso un vasto affresco sul sorgere e l’affermarsi della grande industria negli Stati Uniti, il nesso indissolubile che lega l’organizzazione, intesa come strumento dell’obiettivo aziendale (la struttura), al piano d’azioni visionario che tale obiettivo persegue nel medio periodo (la strategia). Con le proprie parole di Chandler, «tale analisi mette in luce come la strategia di un’impresa determini nel corso del tempo anche la sua struttura».

Fare impresa – dunque – significa prevedere, proiettando l’azione programmatoria oltre le contingenze quotidiane.

Affermazione che sembrerebbe un’ovvietà, se non fosse platealmente smentita, per quanto riguarda il sistema produttivo italiano, da una recentissima indagine che affronta l’orientamento del comparto nei confronti del rischio. Ebbene, nel nostro Paese solo l’1,5% delle imprese di taglia piccolo-media analizzate, su un campione di ben 5mila soggetti, si è premurata di coprirsi assicurativamente contro il rischio indiretto. Si noti bene: mentre già il 30 di esse è incappata in tali sinistri.

Con le parole della ricerca,

«in Italia ancora troppe PMI non ricorrono ad una specifica protezione assicurativa in caso di sinistri tradizionali (incendi ed esplosioni) e catastrofali (terremoti e alluvioni) che, oltre a causare danni diretti, producono per le imprese anche i cosiddetti danni indiretti. Il danno indiretto – quasi sempre di gran lunga superiore a quello diretto poiché va ad incidere direttamente sul conto economico – provoca all’azienda un’interruzione anche parziale dell’attività, con gravi conseguenze: impossibilità di rispettare i termini di consegna dei prodotti o servizi, minori ricavi e conseguentemente minori profitti, sempre alla presenza di costi fissi quali mutui, leasing, affitti e personale».

Un ritardo innanzi tutto culturale, che rivela una pericolosa attitudine di vivere alla giornata che produce non-strategie puramente adattive, che finiscono per mettere le aziende in balia di imprevisti statisticamente calcolabili. E questa non è soltanto una questione dimensionale, bensì di sottovalutazione degli aspetti previsionali come funzione primaria dell’agire manageriale.

Forse può giocare un ruolo al riguardo un dato relativo alla composizione degli organigrammi aziendali nel fondamentale settore manifatturiero che emergeva da un paper del 2014 curato dal Centro Studi di Confindustria: ben il 41,3 delle loro aziende associate non presenta nel proprio organigramma neppure un laureato (Scenari industriali N. 6).

Questo per dire che ci aspetta un importante lavoro per crescere, a partire dalla cultura industriale del sistema-Italia. In cui grande spazio dovrà essere attribuito alla sinergia tra impresa produttiva e consulenza assicurativa. In una logica di partnership orientata al futuro.

Saverio Zavaglia

Categorie Assicurazioni,News

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